Un museo a prova di pioggia

By Comemafalda • on Ottobre 20, 2008
Gene Kelly e Debbie Reynolds in Singin' in the rain (1952)

Ogni volta che piove sono contenta, nonostante nove volte su dieci io non abbia con me l’ombrello e debba camminare rasente ai muri, sfoderando il mio sguardo più agguerrito per farmi cedere la strada da chi fa lo stesso, in direzione opposta. Non funziona quasi mai. Un po’ di pioggia sui vestiti, comunque, è un prezzo che pago volentieri pur vedere la città un po’ più pulita e respirare aria vagamente meno tossica.

I venditori di ombrelli, naturalmente, sono sempre molto più previdenti di me e si fanno trovare pronti a compensare le dimenticanze di noi imprevidenti. Li trovi all’uscita delle metropolitane, nelle stazioni e agli angoli delle strade con il loro campionario, per tutti lo stesso: ombrelli pieghevoli di tutti i colori, fatti nello stesso posto e allo stesso prezzo.

Sono talmente pronti a cogliere il momento che offrono i loro ombrelli anche a chi sta cercando di ripararsi con un ombrello di fortuna mezzo sciancato, magari sottratto a qualche collega d’ufficio, che non sapeva nemmeno di averlo e probabilmente comprato proprio da uno di loro, non molto tempo prima.

Sono ombrelli che rispecchiano bene i tempi in cui viviamo, basta una pioggia un po’ più violenta, un colpo di vento e SWOP! Si ribaltano all’indietro, per poi non tornar più ad essere gli stessi. Inutilmente costoso portarli dagli ombrellai. E pensare che un tempo l’ombrello era un oggetto elegante, d’alto artigianato, a volte anche d’arte. Senza parlare poi del ruolo mitico che ha avuto per gli antichi.

L’ombrello ha fatto davvero un viaggio lunghissimo prima di diventare un oggetto d’uso quotidiano, riproducibile in serie. Cina, Egitto, India e Giappone ne rivendicano le origini. Per ognuna di queste civiltà era un oggetto sacro. Poi, pian piano, ha cominciato a essere un accessorio lussuoso riservato alle famiglie più ricche.

Nel medioevo se ne perdono un po’ le tracce, a parte l’iconografia che lo vede sfoggiato dai papi e usato come oggetto liturgico.
Curioso sapere che nel Rinascimento esistevano gli ombrelli “da giostra”, i servitori dei cavalieri li usavano per riparare i loro signori mentre, coperti dall’armatura, si avviavano a cavallo per disputare il torneo. Un po’ come succede oggi a Valentino Rossi & company.

Ombrellaio di Gignese (Archivio del Museo dell'Ombrello e del Parasole)

Ombrellaio di Gignese (Archivio del Museo dell

Bene, per chi fosse affascinato, come me, dalla storia degli oggetti quotidiani, è bene sapere che a Gignese, vicino a Verbania, esiste il Museo dell’ombrello e del parasole.
Se avete in programma una gita sul Lago Maggiore, vale davvero la pena cercare di alzare la media del numero d’italiani che visitano questo museo (le 10.000 visite sono quasi tutte attribuite a turisti stranieri). Purtroppo è aperto solo dal 1° aprile al 30 settembre. Peccato.

Il museo è ospitato da un curioso edificio la cui pianta ha la forma di tre ombrelli affiancati. Nelle sue sale si racconta la storia dell’ombrello, ma anche e soprattutto quella degli ombrellai della zona che, a partire dal ‘700, erano una comunità numerosa e molto attiva, anche se non del tutto integrata con la popolazione del luogo. Una storia di povertà e coraggio, molto affascinante.

Vi si trovano esposti ombrelli antichi di grande fascino, i loro materiali da copertura, le impugnature, gli attrezzi da lavoro e le foto d’epoca. Una tavola illustra il tarusc, una vera e propria lingua con cui gli artigiani comunicavano tra loro, di cui qualcosa si può leggere qui.

Siti utili:

http://www.comune.gignese.vb.it/ComPaginaGT.asp?Id=73
http://www.gignese.info/index.php

Commenti

Di bettina boop on Ottobre 20th, 2008 at 05:54

nemmeno io porto mai l’ombrello, non so perché, però mi piacerebbe tanto averlo quando c’è il sole, come accessorio, elegante!

Di Zack on Ottobre 20th, 2008 at 06:20

ma guarda un pò cosa vai a scovare… il museo dell’ombrello

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